La scelta di rappresentare “Cristo, il Buon Samaritano” nasce dalla lettura della enciclica di Papa Francesco “Fratelli tutti”: nel secondo capitolo riporta il testo della parabola del “Buon samaritano”(Lc 10,25-37), da tenere come sfondo per tutta l’enciclica.
Ad ogni Natale il nostro “presepe” vuole invitare a riflettere su un aspetto della Incarnazione, mistero inesauribile cui si può guardare da infinite angolazioni cogliendone ogni volta un piccolo frammento. La nostra rappresentazione plastica posta davanti all’altare quest’anno vuole dunque alludere ai presepi tradizionali, senza esserlo del tutto: c’è un abbozzo di paesaggio, con lo sfondo delle montagne, c’è una grotta stilizzata, ci sono delle vie … ma non ci sono dei veri pastori. Nei presepi tradizionali i pastori rappresentano la quotidianità della vita , con le sue occupazioni, i suoi mestieri, la propria relazione con il Bambino. Qui le figure stilizzate rappresentano la quotidianità della vita nelle sue possibili scelte.
Partiamo dal contesto –la parabola-che è scritta su una delle montagne: è una Parola “alta” quella che ci viene offerta, e che dovrebbe essere roccia su cui fondare la nostra vita.
Chi è il Buon Samaritano? E’ Cristo, che, incarnandosi, si china sull’umanità ferita, bastonata. Simbolicamente, ciò è reso dal percorso della garza che parte proprio dalle mani del Bambino nella grotta e , passando per le mani del Buon Samaritano, va a fasciare le ferite dell’uomo accasciato in terra. Al centro del nostro simbolico presepe non vi è la grotta con il Bambino, ma proprio il Buon Samaritano, ad indicare questa particolare lettura da dare a questo Natale: scoprire nel Bambino proprio la sua missione di soccorritore dell’umanità ferita.
I briganti sono figure dinamiche, rappresentate nell’atto di fuggire, voltando le spalle all’uomo che hanno appena percosso. Scappano portando via la borsa che gli hanno sottratto e il bastone ancora insanguinato con cui lo hanno malmenato.
Altre due figure voltano le spalle all’uomo ferito: il sacerdote e il levita. Il primo tiene le mani giunte e rivolte verso l’alto; il secondo ha lo sguardo fisso sul libro del Levitico che porta tra le mani. Sono figure statiche, non accennano a passi: non sono persone in cammino, ma bloccate in una religiosità incapace di volgere lo sguardo al fratello ferito e ancor meno a chinarsi accanto a lui.
Infine c’è una figura che sembra secondaria: l’albergatore. Tiene aperta una porta: dovrebbe essere il nostro ruolo. Cristo, il Buon Samaritano, ci ha pagato in anticipo con il suo sangue perché ci prendessimo cura di tutti i malcapitati della storia, fino a che ritornerà.
Anche il colore ha un suo significato: il giallo della ”grotta”- simbolo di luce- si diffonde nella scena del samaritano che si prende cura e nella porta aperta dell’albergatore. Cristo oggi lo dobbiamo cercare non in una mangiatoia, ma là dove un uomo si prende cura del fratello, ne fascia e cura le ferite e dove c’è una porta aperta pronta ad accogliere chi è nella sofferenza.

Nell’enciclica, in riferimento alle varie figure della parabola, Papa Francesco ci chiede: “Con chi ti identifichi?…. Questa parabola è un’icona illuminante, capace di mettere in evidenza l’opzione di fondo che abbiamo bisogno di compiere per ricostruire questo mondo che ci dà pena…..
Tutti abbiamo una responsabilità riguardo a quel ferito che è il popolo stesso e tutti i popoli della terra.”

(Altre foto nella sezione “Gallery”)

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